Palermo, cuore enorme ma non basta: il 2-0 al Catanzaro commuove il Barbera, la Serie A resta un rimpianto

Redazione LBS

Ci sono vittorie che fanno esultare e vittorie che fanno male. Palermo-Catanzaro 2-0 appartiene alla seconda categoria. È una di quelle partite che il tabellino consegna alla cronaca come un successo, ma che il cuore del tifoso archivia come una ferita aperta. Perché il Palermo vince, spinge, lotta, riaccende il Barbera e arriva a un passo dall’impresa. Ma non basta. Il 3-0 dell’andata al Ceravolo resta lì, pesante come una sentenza, e manda il Catanzaro in finale playoff.

Eppure l’inizio è da brividi veri. Dopo appena tre minuti, Pohjanpalo trova il gol dell’1-0 e trasforma subito la notte del Barbera in qualcosa di diverso. Non più una missione impossibile, ma una partita viva. Una partita sporca, nervosa, emotiva, di quelle in cui ogni pallone sembra pesare una tonnellata e ogni rimpallo può diventare destino. Il Palermo entra in campo con l’atteggiamento che tutti avremmo voluto vedere anche tre giorni prima a Catanzaro: aggressivo, presente, rabbioso.

Il gol immediato cambia tutto. Il pubblico ci crede, la squadra ci crede, il Catanzaro per la prima volta sembra costretto a guardarsi alle spalle. Il Palermo prova ad alzare il ritmo, a forzare il muro calabrese, a cercare quel secondo gol che avrebbe trasformato la speranza in incendio. Ma il Catanzaro non si disunisce. Soffre, arretra, perde campo, ma resta dentro la partita con lucidità. E nei playoff, purtroppo, questa è una virtù enorme.

Il primo tempo scorre tra tensione e pressione rosanero. Il Palermo tiene il pallone, prova a costruire, cerca la giocata giusta. Non sempre con pulizia, non sempre con lucidità, ma con un’anima che all’andata era rimasta chissà dove, forse dimenticata nel pullman. Al Barbera invece c’è. Si sente. Si vede. Si percepisce in ogni contrasto, in ogni rincorsa, in ogni boato che accompagna la squadra verso l’area avversaria.

Nella ripresa il Palermo prova a spingere ancora. Arriva il palo di Palumbo, una di quelle immagini che fanno venire voglia di prendersela con il destino, con la fisica, con il legno e pure con chi ha inventato i pali rotondi. Poi ci sono altre occasioni, altri palloni buttati dentro, altri momenti in cui sembra che il 2-0 possa arrivare prima. Ma non arriva. E più passano i minuti, più la montagna si fa alta.

Il Catanzaro resiste. Pigliacelli diventa protagonista, il Palermo continua a provarci, ma la porta sembra sempre un centimetro più lontana. La squadra di Inzaghi non molla, e questo va detto senza paura. Stavolta il Palermo mette in campo orgoglio, carattere, dignità. Tutto quello che era mancato nella serata sciagurata del Ceravolo. Ma il calcio, soprattutto nei playoff, non fa sconti per la buona volontà. Conta il totale. Conta l’andata. Conta ciò che hai buttato via prima.

All’89’ arriva il 2-0 di Rui Modesto. Il Barbera esplode, perché a quel punto manca solo un gol. Uno. Un solo gol per ribaltare l’abisso, per cancellare la notte di Catanzaro, per trasformare una stagione piena di salite in una finale da conquistare. Sono minuti di fuoco, di cuore in gola, di palloni lanciati, di speranza disperata. Il Palermo ci prova fino all’ultimo respiro.

Ma il terzo gol non arriva.

E quando l’arbitro fischia la fine, resta una scena crudele: il Palermo ha vinto, ma è fuori. Ha ritrovato il cuore, ma troppo tardi. Ha fatto piangere il Barbera, ma non abbastanza da portarlo in finale. È una vittoria commovente, sì. Ma anche una vittoria che brucia. Perché dimostra che questa squadra poteva esserci. Poteva lottare. Poteva spaventare il Catanzaro. Poteva forse prendersela, questa finale, se solo all’andata non avesse deciso di presentarsi con il corpo in campo e la testa chissà dove.

Le conseguenze sul cammino playoff

Il 2-0 non basta. Il Catanzaro, forte del 3-0 dell’andata, vola in finale contro il Monza. Il Palermo saluta i playoff in semifinale, dopo aver sfiorato una rimonta che avrebbe fatto tremare tutta la Serie B. Servivano tre gol di scarto, perché con il 3-0 i rosanero sarebbero passati grazie al miglior piazzamento in regular season. Ne sono arrivati due. Troppi pochi per il regolamento, abbastanza per lasciare una cicatrice.

Ed è proprio questo il punto più doloroso. Il Palermo non esce senza combattere. Esce dopo aver mostrato, nel ritorno, una versione finalmente degna della sua ambizione. Ma nel doppio confronto non puoi scegliere quando essere squadra. Non puoi regalare un tempo, figuriamoci una partita intera. Non puoi crollare 3-0 all’andata e poi pretendere che il Barbera riscriva tutto da solo. Il Barbera può spingere, può urlare, può commuovere. Ma non può cancellare gli errori degli altri.

Questa eliminazione lascia addosso una sensazione doppia. Da un lato l’orgoglio per una serata in cui il Palermo ha onorato la maglia, ha lottato, ha messo paura al Catanzaro e ha salutato il suo pubblico con la faccia sporca di fatica. Dall’altro, il rimpianto enorme per ciò che poteva essere e non è stato. Perché il ritorno ha detto che il Palermo aveva le qualità per giocarsela. L’andata ha detto che non ha avuto la continuità mentale per farlo davvero.

La stagione finisce così: con una vittoria che non porta avanti, ma che almeno restituisce un pezzo di dignità. Poco, rispetto al sogno Serie A. Tanto, rispetto alla paura di uscire senza nemmeno provarci. Il Palermo ci ha provato, eccome. Lo ha fatto tardi, troppo tardi, ma lo ha fatto con una forza emotiva che il pubblico ha riconosciuto.

Ora verrà il tempo delle analisi, delle responsabilità, delle scelte. E dovranno essere analisi serie, non il solito giro di parole per lucidare una delusione. Perché questa squadra ha avuto momenti importanti, ha chiuso bene la regular season, ha avuto un vantaggio di classifica nei playoff, ma quando la temperatura è salita davvero ha pagato una notte disastrosa che non si poteva permettere.

Il 20 maggio resta una serata amara e bellissima insieme. Amara perché il Palermo è fuori. Bellissima perché, per novanta minuti, il Barbera ha creduto davvero all’impossibile. E il calcio, a volte, è crudele proprio per questo: ti fa vedere il miracolo da vicino, poi ti chiude la porta in faccia quando hai già allungato la mano.

Il Palermo saluta la Serie A con due gol, un rimpianto enorme e una certezza: il cuore c’era. Peccato averlo ritrovato quando il tempo era quasi finito.