Notte da incubo a Catanzaro: il 3-0 del Ceravolo è una mazzata che non ammette alibi

Redazione LBS

Il Palermo sceglie il momento peggiore per sparire. Nella semifinale d’andata dei playoff, al Ceravolo, i rosanero crollano 3-0 contro il Catanzaro e trasformano la partita più importante della stagione in una lunga, dolorosa lezione di calcio, intensità e fame. Una di quelle serate che non si archiviano con due frasi di circostanza e un “dobbiamo ripartire”. Qui non si riparte: qui prima bisogna guardarsi allo specchio, anche se l’immagine non piace.

La gara comincia nel modo più traumatico possibile. Dopo meno di un minuto Iemmello porta avanti il Catanzaro. Cross, inserimento, colpo vincente e Palermo subito sotto. Neanche il tempo di capire se la squadra fosse entrata bene in campo: la risposta arriva prima del caffè. E non è una risposta, è uno schiaffo.

Il problema, però, non è solo il gol preso. Il problema è la reazione che non arriva. Il Palermo resta lì, sospeso, lento, impaurito, come se il peso della partita gli fosse caduto addosso tutto insieme. Il Catanzaro invece gioca con la leggerezza feroce di chi sa cosa vuole: ritmo, aggressione, verticalità, cattiveria. Esattamente tutto quello che ai rosanero manca.

Al 15’ arriva il raddoppio, ancora con Iemmello. E qui la ferita diventa voragine. Il capitano giallorosso colpisce di nuovo, confermandosi non solo uomo simbolo, ma carnefice tecnico ed emotivo di una notte disastrosa. Il Palermo non riesce a prendere campo, non riesce a schermare, non riesce a sporcare la partita. È una squadra che subisce. E nei playoff, se subisci senza mordere, sei già mezzo fuori.

Il 3-0 di Liberali al 40’ chiude di fatto il primo atto. Il talento scuola Milan trova la giocata che manda in estasi il Ceravolo e lascia il Palermo con la faccia di chi ha perso il filo, il pallone e forse anche un pezzo di convinzione. Tre gol nel primo tempo in una semifinale playoff non sono un incidente: sono una bocciatura. Pesante, rumorosa, impossibile da mascherare.

La ripresa avrebbe potuto essere almeno il momento dell’orgoglio. Non del ribaltone, magari, ma di un segnale. Una reazione. Un gol per riaprire qualcosa. Una fiammata per ricordare a tutti che il Palermo non era venuto in Calabria a fare presenza. Invece poco o nulla. Il Catanzaro gestisce, sfiora anche un passivo più largo, e Joronen evita che la serata diventi ancora più umiliante.

Il Palermo arriva davvero vicino al gol solo nel recupero, con la traversa di Modesto. Troppo tardi, troppo poco, troppo isolato. Una giocata al 95’ non può salvare una partita sbagliata dal primo minuto. È come mettere il dopobarba dopo essere caduti da una scala: profuma, ma non cura niente.

Il 3-0 finale è durissimo, ma purtroppo corretto. Non perché il Palermo sia improvvisamente diventato una squadra senza qualità, ma perché al Ceravolo non ha messo in campo ciò che serve nei playoff: presenza mentale, intensità, personalità, capacità di soffrire. Il Catanzaro ha giocato da squadra affamata. Il Palermo, per lunghi tratti, da squadra sorpresa dal fatto che la partita fosse già cominciata.

Le conseguenze sulla situazione playoff

Il risultato pesa come un macigno. Il Palermo, meglio piazzato in regular season, ha ancora un vantaggio regolamentare: a parità di gol complessivi nel doppio confronto passerebbe il turno. Ma dopo un 3-0 all’andata, parlare di vantaggio suona quasi provocatorio. Al ritorno al Barbera servirà vincere con tre gol di scarto per andare avanti. Non una buona partita. Non una prova d’orgoglio. Una rimonta vera.

E qui sta il punto. Il Palermo ha ancora una possibilità, ma se la deve guadagnare cambiando completamente faccia. Non basta dire che al Barbera sarà diverso. Il Barbera può spingere, può ruggire, può diventare un fattore. Ma non può marcare Iemmello, non può segnare al posto degli attaccanti, non può entrare nella testa di una squadra che a Catanzaro si è sciolta troppo presto.

La sconfitta del Ceravolo apre una domanda scomoda: questo Palermo è pronto per prendersi la Serie A quando la temperatura si alza davvero? Perché la rosa è forte, l’ambizione c’è, il pubblico pure. Ma nei playoff non vince chi ha il curriculum più elegante. Vince chi sa trasformare la pressione in energia, non in panico.

A Catanzaro è successo il contrario. La squadra di Inzaghi ha perso duelli, campo, lucidità e coraggio. E quando in una semifinale playoff perdi tutte queste cose insieme, il tabellone diventa impietoso.

Il ritorno non dovrà essere una partita normale. Dovrà essere una risposta rabbiosa, feroce, quasi brutale. Servirà segnare presto, tenere il Catanzaro dentro la paura, non concedere nulla e soprattutto evitare l’errore più grande: pensare che basti il nome Palermo per far tremare l’avversario.

Il Catanzaro ha dimostrato che non trema. Anzi, morde.

Adesso tocca al Palermo dimostrare di essere ancora vivo. Ma dopo una notte così, non bastano parole. Servono gol, gambe, testa e cattiveria. Servirà una squadra totalmente diversa da quella vista al Ceravolo.

Perché quella, diciamolo senza zucchero: non era una squadra da Serie A. Era una squadra travolta.